In che modo ciascuno di noi sta (o non sta) su Facebook? Forse qualcuno ci si diverte, qualcuno ci si informa o ci lavora, qualcuno ne discute,  qualcuno vorrebbe andarsene e qualcun altro continua a pensare che prima o poi dovrà entrarci. Certo c’è chi ci entra presto alla mattina e chi ci guarda di sera, magari sullo smartphone prima di dormire; chi pensa molto prima di postare qualcosa e chi posta senza pensare, chi guarda con ansia ai commenti, o ai like che sono pochi, chi si indigna per le bufale, chi pensa di parlare con gli amici o si impegna per una causa, chi non ne può più, chi si preoccupa del tempo perduto, chi si entusiasma per una nuova scoperta. Ma tutti abbiamo a che fare con questo strumento della realtà virtuale, anche chi non vuole nemmeno sentirne parlare: perché viviamo in un mondo interconnesso, e Facebook c’è.

Recentemente sono state identificate sette modalità del bisogno che ci spinge a connetterci: bisogno di riconoscimento, di attenzione, di approvazione, di apprezzamento, di applauso, di rassicurazione e di inclusione. Quali di queste modalità si avvicinano alla nostra? O in che miscela? O forse nessuna corrisponde?

Facebook ci offre un potente strumento di conoscenza di noi stessi. La qualità della nostra narrazione digitale può essere osservata così come, in meditazione, osserviamo la qualità dei pensieri che scorrono sullo schermo della nostra mente. A quali pensieri, e a quali aspetti della nostra identità virtuale siamo particolarmente attaccati? Quali sono le conferme che cerchiamo, e con che frequenza? Cosa temiamo o ci procura fastidio e dolore, stando su FB? Quali sono i motivi profondi per cui vogliamo o non vogliamo starci? Come reagiamo a un commento critico o al disinteresse per un nostro intervento?

E ancora: qual è l’intenzione con cui ci accingiamo a scrivere un post? Possiamo fermarci un momento ad ascoltare: forse c’è gentilezza, generosità, o forse c’è il desiderio di attaccare qualcuno che ha scritto qualcosa che non corrisponde a ciò che pensiamo si sarebbe dovuto o non dovuto scrivere. O il desiderio di renderci interessanti, spiritosi. Perché e da dove sorgono quei desideri? Dobbiamo davvero seguirli o possiamo semplicemente guardarli arrivare?

Osservarci davanti a (e dentro) Facebook può farci comprendere molto sulla nostra identità incarnata. Così come quella virtuale è, alla fine, illusoria perché solo fatta luce sullo schermo, allo stesso modo la nostra identità di tutti i giorni, nel mondo reale, è fatta solo di ciò che vorremmo o non vorremmo essere.

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