Sommeil de CalibanSpesso capita di dimenticarsi dei sogni. Non soltanto di quello che si è sognato la notte scorsa, anche solo pochi momenti fa: capita proprio di dimenticarsi che i sogni ci sono.

La prima dimenticanza ricorda la sabbia o l’acqua che scivolano via dalle dita di una mano. Si cerca di afferrare, di tenere qualcosa che si scompone, si sgrana davanti agli occhi della mente. Tutto era così vivido e vero e ora sfugge via e si dirada a una stupefacente velocità. E’ un passaggio fluido dell’essere, si esce da una porta e si entra in un altro spazio e un altro tempo.

La seconda dimenticanza può durare molto a lungo. Persino dopo avere frequentato i sogni per tanti anni in un contesto psicanalitico, e quindi dopo avere sperimentato la meravigliosa sensazione di pienezza e di vastità che viene dalla continua immersione nella dimensione del sogno, poi capita di di non ricordarsi della loro esistenza, per lungo tempo. Si torna a vivere in un mondo a una dimensione, a vivere una sola vita.

Quindi ritrovarli, o ricordarli, è come tornare in un paese amato, specie quando si scopre che i sogni vengono dal corpo. In quanto immenso contenitore di conoscenze pre logiche e transpersonali, il corpo esprime contenuti alla coscienza come può, attraverso quello che trova nel magazzino della memoria: ricordi, immagini, emozioni. Come i fantasmi, quei contenuti devono indossare qualcosa, anche di bizzarro, per rendersi visibili.

Eugene Gendlin ci mostra come, accolti in una relazione concentrata e aperta, i sogni possono diventare la porta per entrare nell’adesso, che è l’unica dimensione in cui il corpo può stare. Una dimensione che contiene passato, presente e futuro.

Eugene Gendlin, Let Your Body Interpret Your DreamsUniversity of Chicago

(Immagine di apertura: Odilon Redon, Il sonno di Calibano)

 

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