Raisins_01Mangiare con attenzione un acino d’uva è una pratica di consapevolezza tra le più note, introdotta inizialmente da Jon Kabat-Zinn e poi adottata in molti dei protocolli di Mindfulness derivati da quello suo originario. In genere, si utilizza un acino di uva secca (anche se qualsiasi altro alimento può andare bene). Ci si focalizza sull’acino d’uva come se non lo si avesse mai visto e si sta con ciò che appare ai sensi: al tatto, all’odorato, al gusto, alla vista, persino all’udito. Ai movimenti del corpo mentre si porta alla bocca l’uvetta, ai pensieri che sorgono durante questa pratica inusuale: pensieri su di sé, sui compagni con i quali la si condivide, su ciò che si sta facendo. Si osserva cosa succede nella mente e nel corpo, proprio in quel momento, senza giudizio, come farebbe un ricercatore scientifico, con pura attenzione, direi con curiosità. Si richiama lo stato mentale del principiante, come se si fosse arrivati su questo pianeta da un altro, lontano, e tutto fosse nuovo, a partire dal fenomeno dell’acino d’uva secca.

E’ un’esperienza di consapevolezza pura, potente e molto centrata sui sensi, sul corpo, sulla semplice attenzione e sul momento presente.

Una pratica simile ma anche sostanzialmente differente è quella di cui spesso ha parlato Thich Nhat Hanh. clementineNel suo libro Vita di Siddharta il Buddha, il Thay racconta come il Buddha chiamasse attorno a sé i bambini di un villaggio per insegnare loro a mangiare un mandarino consapevolmente:

“Bambini, dopo avere sbucciato un mandarino, potete mangiarlo con consapevolezza o distrattamente. Cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza? Mangiando un mandarino, sapete che lo state mangiando. Ne gustate pienamente la fragranza e la dolcezza. Sbucciando il mandarino, sapete che lo state sbucciando; staccandone uno spicchio e portandolo alla bocca, sapete che lo state staccando e portando alla bocca; gustando la fragranza e la dolcezza del mandarino, sapete che ne state gustando la fragranza e la dolcezza. Il mandarino che Nandabala mi ha offerto aveva nove spicchi. Li ho messi in bocca uno per uno in consapevolezza e ho sentito quanto sono splendidi e preziosi. Non ho dimenticato il mandarino, e così il mandarino è diventato qualcosa di molto reale. Se il mandarino è reale, anche chi lo mangia è reale. Ecco cosa significa mangiare un mandarino con consapevolezza.”

La pratica dunque, fin qui, è assai simile a quella della raisin meditation, la pratica di Mindfulness di Kabat-Zinn. Tuttavia, nel racconto del Thay, il Buddha introduce l’idea di non dimenticarsi, ovvero di stare con l’esperienza del momento presente, e la connette con la realtà. E, soprattutto, va oltre e dice queste parole:

“Chi pratica la presenza mentale vede nel mandarino cose che altri non vedono. Una persona consapevole può vedere l’albero, le gemme primaverili, il sole e la pioggia che hanno fatto crescere il frutto. Guardando in profondità, si vedono le diecimila cose che hanno reso possibile il mandarino. Guardando un mandarino, una persona consapevole può vedere le meraviglie dell’universo e come tutte interagiscono tra loro.”[1]

La consapevolezza, che anche il Thay chiama Mindfulness, diventa qui visione profonda e conduce all’esperienza dell’Interessere: il momento presente, se percepito come unica dimensione temporale possibile, è la porta per un’esperienza di interconnessione con l’universo. In questa interconnessione, le singole identità si sciolgono, assumono un significato solo funzionale e non reale. Tutto, compreso noi stessi, è in continua trasformazione. E’, questa, un’espressione moderna della Vacuità.

 

 

[1] Brani tratti da Vita di Siddharta il Buddha, di Thich Nhat Hanh, Ubaldini Editore

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